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24 ottobre 2020 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 22:37 GMT+2



25 settembre 2020

Con la seconda ondata della pandemia gli “schiavi del mare” sembrano avere ancora meno possibilità di tornare a terra

L'ultimo conteggio dell'IMO: sono 400mila i marittimi ancora bloccati sulle navi senza poter essere rimpiazzati da colleghi

Sarà per la loro quasi nulla rilevanza economica oppure perché non sono neppure tenuti in conto quali risorse elettorali, diritto a cui sovente sono costretti a rinunciare ammesso che nel loro paese lo abbiano. Forse è per questo che, nella fase di crisi innescata dalla pandemia di Covid-19, ai marittimi si tributano unanimi elogi perché nel momento dell'emergenza sono rimasti al loro posto di lavoro, ma nessuno fa alcunché perché possano tornare a casa quando il loro periodo di servizio è finito da un pezzo. Non da ore, ma da mesi.

Lo scorso 25 giugno, giorno di celebrazione della decima edizione del “Day of the Seafarer”, l'evento organizzato dall'International Maritime Organization (IMO) dell'Onu per evidenziare all'opinione pubblica il ruolo dei 1,5 milioni di marittimi svolto per garantire il benessere delle comunità, si sono sprecati i ringraziamenti ai lavoratori del mare che “eroicamente” hanno svolto la loro dura attività per assicurare il trasporto di beni essenziali per affrontare l'emergenza sanitaria e per sostentare miliardi di persone.

Ieri, giornata di celebrazione del World Maritime Day, l'evento annuale organizzato sempre dall'IMO per sottolineare l'importanza della sicurezza del trasporto marittimo e della salvaguardia dell'ambiente marino, ancora riconoscimenti ai lavoratori del mare che non smettono di operare anche se contrattualmente dovrebbero essere a casa. Sentimenti di gratitudine stavolta espressi più in sordina, quasi con imbarazzo. Sarà perché sinora gli appelli ai governi affinché dichiarino i marittimi lavoratori essenziali e permettano così di agevolare il cambio degli equipaggi delle navi non hanno sortito alcun esito.

Questi inviti non sono stati accolti dalla quasi totalità delle nazioni, tra cui quelle che si dichiarano orgogliosamente a vocazione marittima come l'Italia, dove sembra che il ruolo degli esponenti di governo sia quello di presenziare ad eventi e inaugurazioni e di distribuire fette di risorse economiche, ma non di adoperarsi perché un problema non risolvibile con la propria presenza o con la promessa di danaro se non altro venga affrontato. Su questa questione l'Italia è talmente evanescente che non rimane che provare con una seduta spiritica (Paola De Micheli, se ci sei batti un colpo!).

Se prima si parlava di 300mila marittimi impossibilitati a sbarcare e tornare a casa, l'ultimo conteggio dell'IMO è di 400mila ancora bloccati sulle navi senza poter essere rimpiazzati da colleghi. Tra questi ci sono persone che sono in mare ormai da 17 mesi, sei mesi più del limite imposto dalla convenzione internazionale ILO sul lavoro marittimo. A questi, ovviamente, si aggiungono altri 400mila marittimi impossibilitati a raggiungere le navi per sostituirli.

«Vorrei invitare ognuno di voi - ha detto il comandante Hedi Marzougui intervenendo ieri ad un evento ad alto livello delle Nazioni Unite a margine dell'assemblea generale dell'Onu - a pensare a come vi sentireste se doveste lavorare ogni giorno per 12 ore, senza week-end, senza vedere i vostri cari e bloccati in mare. Ora a ciò aggiungete che dovete farlo senza avere idea di quando verrete rimpatriati».

Se non pensate alle persone, quantomeno pensate agli effetti di una possibile interruzione delle catene logistiche causata da sinistri marittimi provocati da lavoratori più che stanchi. Questo sembra l'invito del segretario generale dell'IMO, Kitack Lim, rivolto ai rappresentanti dell'industria dello shipping, dei sindacati, dei governi e delle Nazioni Unite nell'ambito dello stesso evento on-line: «a marittimi eccessivamente affaticati e mentalmente esausti - ha spiegato Lim - viene chiesto di continuare a far navigare le navi. Per più di 60mila navi mercantili che continuano a consegnare beni essenziali, alimenti e medicinali - ha sottolineato - la sicurezza è a rischio al pari delle vite dei marittimi che vengono rese impossibili. In pericolo - ha denunciato - c'è la sicurezza della navigazione».

I ripetuti, ma inascoltati, appelli a consentire i cambi degli equipaggi delle navi forse inducono al pessimismo. Per questo appare certo che se la seconda ondata della pandemia in atto probabilmente non comporterà blocchi di attività economiche estesi come quelli imposti per contenere la prima ondata, i marittimi invece non calcheranno terra sinché un vaccino non frenerà o fermerà il virus.

Bruno Bellio

PSA Genova Pra'

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