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20 ottobre 2018 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 06:16 GMT+2



30 GIUGNO 1997

LA SOVRANITA' SU HONG KONG PASSA DALLA GRAN BRETAGNA ALLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Qualche incertezza sul futuro del traffico portuale, il cui primato nel settore dei containers è insidiato da Singapore e da altri porti

L'11 aprile scorso le otto campane della base militare di Tamar a Hong Kong, che per oltre un secolo tre volte il giorno hanno ricordato con i loro rintocchi che la Royal Navy era lì a vigilare il possedimento della Corona, hanno suonato per l'ultima volta. E al tramonto dell'11 aprile 1997, mentre la banda della Marina intonava l'inno "Sunset", è stata ammainata per l'ultima volta la bandiera della Royal Navy che sventolava da 156 anni sull'isoletta di Stonecutters nella base di Tamar.

E' stato il primo atto dell'atteso e temuto passaggio del territorio britannico di Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese. In base all'accordo cino-britannico del 1984 si compie la cerimonia finale e dalle ore 00:00 del 1° luglio (ore 18.00 del 30 giugno in Italia) Hong Kong, che gli inglesi ottennero dopo la guerra dell'oppio che si concluse con il Trattato di Nanchino del 1842, diviene solo e interamente cinese.

Il panfilo di Sua Maestà "Britannia", in rada davanti alla caserma Prince of Wales, poco dopo la mezzanotte lascia la baia di Hong Kong. A bordo vi sono il principe Carlo, futuro re d'Inghilterra, e Chris Patten, ultimo governatore coloniale. A terra impazzano gli spettacoli festosi organizzati per l'occasione. Vengono ammainate la Union Jack e la bandiera coloniale di Hong Kong e vengono issate quelle della Repubblica Popolare e della Regione speciale amministrativa di Hong Kong. Due ore dopo la mezzanotte i componenti del nuovo organo di potere prestano giuramento davanti a migliaia di invitati, e alle 06.00 arrivano a Hong Kong 4.000 soldati con 21 mezzi blindati che si aggiungono all'avanguardia di 509 militari entrati qualche ora prima della mezzanotte. La Cina comincia a mostrare i suoi muscoli.

In tutta la Repubblica cinese da domani verrà programmato il film kolossal "La Guerra dell'Oppio" sul quale Pechino conta molto per affermare il suo punto di vista.

E da domani si accentuerà in molti ambienti l'ansia nell'attesa di capire che cosa veramente la Cina vorrà fare dell'isola scoperta nel gennaio del 1841 da Sir Edward Belcher. In base al citato accordo del 1984 (la Dichiarazione congiunta cino-britannica afferma che Hong Kong, grazie a un "alto grado d'autonomia", potrà mantenere il suo sistema capitalistico e il suo diritto consuetudinario), Hong Kong manterrà immutato l'attuale sistema economico per i cinquanta anni successivi al 1997. La Cina non può infatti lasciarsi sfuggire l'occasione per impadronirsi e sfruttare - se ne sarà capace - l'immensa ricchezza creata nell'isola. Hong Kong (6,3 milioni di cittadini) produce attualmente l'equivalente del 18% del prodotto interno lordo cinese. Le imprese radicate nell'isola-colonia sono state il canale di raccolta di oltre il 60% dello stock complessivo degli investimenti diretti stranieri in Cina (76 miliardi di dollari a fine 1995). Inoltre dà occupazione a circa 6 milioni di cinesi dell'entroterra che ogni mattina varcano il confine per raggiungere il luogo di lavoro.

Primo capo dell'esecutivo di Hong Kong è l'armatore Tung Chee-hwa, nato a Shanghai nel 1937, che per molti anni è stato presidente del gruppo armatoriale Orient Overseas creato negli anni Quaranta dal padre (la presidenza è passata nell'ottobre 1996 al fratello). Tung è stato eletto a schiacciante maggioranza dai 400 grandi elettori membri del comitato di Selezione designati da Pechino primo capo dell'esecutivo di Hong Kong (Legco) dopo la partenza dei britannici. Tra i suoi poteri quelli di nominare (sentita Pechino) i membri dell'esecutivo, di sciogliere l'assemblea legislativa e di destituire i giudici. Tung è erede di una famiglia fuggita dalla Cina con l'avvento dei comunisti nel 1949. Ha studiato in Gran Bretagna ed è vissuto dieci anni negli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni Sessanta i cinesi intervennero con 120 milioni di dollari per salvare la sua società dalla bancarotta. Ora sale al potere a Hong Kong e questo non può che far piacere allo shipping internazionale.

Ma dopo l'euforia iniziale molti temono che la Cina guardi a Hong Kong come ad un territorio da purificare dall'influenza occidentale. Nel 1989 in occasione del massacro di Piazza Tienanmen i dirigenti del Partito Democratico di Hong Kong, il partito che attualmente dispone di quasi il 60% dei seggi nel Consiglio legislativo, bruciarono copie della Legge Fondamentale, la Costituzione che la Cina ha pubblicato per Hong Kong, mentre la Gran Bretagna introduceva una Carta dei Diritti che inserisce nella legge della città-Stato le convenzioni sui diritti umani. Ma le autorità cinesi dichiararono la Carta incostituzionale sostenendo che avrebbe violato la Legge Fondamentale e nel 1995 proposero di cancellarla. La Costituzione (la Legge Fondamentale) scritta da Pechino per Hong Kong all'articolo 23 contiene disposizioni contro il tradimento, la sedizione, la sovversione; i membri del Partito Democratico temono ora di essere sottoposti ad accuse pretestuose dai cinesi applicando questo articolo della legge.

Ma la maggior parte degli abitanti di Hong Kong ritengono che vi sarà un passaggio senza traumi e che la situazione sia rassicurante, tanto che quel dieci per cento della popolazione che negli scorsi dieci anni ha lasciato l'isola per trasferirsi nel Nord America o in Australia, sta tornando. Troppo stretta è l'interdipendenza fra l'economia dell'isola e quella continentale cinese. I businessmen di Hong Kong infatti hanno dislocato negli scorsi anni la produzione nella Cina continentale, conservando a Hong Kong le attività terziarie. Come quella portuale. Attraverso il porto passa infatti oltre il 60% delle esportazioni e importazioni della Repubblica Popolare Cinese, E Hong Kong è il primo porto del mondo nel traffico dei container, primato conseguito dal 1994 ai danni di Singapore, con oltre 12 milioni di teu registrati l'anno scorso.

Oltre il 60% del traffico container è gestito dalla HIT (Hong Kong International Terminal Ltd), operatore privato che è riuscito ad ottenere risultati esaltanti con il Programma 3P (Productivity Plus Programme) nel quale la Hit ha investito oltre 1,5 milioni di valuta locale. Esso è specificamente mirato a migliorare i metodi di controllo delle operazioni, la capacità di movimentazione e quella di stoccaggio. Un ruolo molto importante al suo interno è giocato dal Tractor Assignment and Paging System, un sofisticato sistema informatico di riconoscimento per l'allocazione dei container che aiuta gli autisti a dirigersi alla destinazione designata quando essi si approssimano al gate d'ingresso. La crescita impetuosa dei terminal contenitori del colosso di Hong Kong non è però legata soltanto all'applicazione spinta dell'informatica. Nuove attrezzature di piazzale sono già operative, mentre le gru RMG di recente installazione consentono ora di lavorare blocchi di container alti fino al sesto tiro e larghi fino a dodici pezzi. La capacità di stoccaggio è stata così incrementata da 49.000 a 57.000 teu, con un aumento del 16 per cento.

Altre tre gru da banchina post-panamax hanno portato la capacità di movimentazione totale a 21 unità di questa particolare tipologia. Ad esse vanno aggiunte nove portainer di tipo standard, per un totale di 30 gru da banchina, una cifra superiore a quella di tutti i porti dell'alto Tirreno messi insieme.

Ma il primato di Hong Kong nel traffico container è insidiato da Singapore, che segue a breve distanza il porto cinese nella classifica mondiale e che spera che nello stravolgimento di alcune alleanze e nell'assunzione del potere da parte di Pechino si determinino le condizioni per permetterle di riconquistare la leadership che per anni è stata sua. Le autorità di Pechino hanno infatti già annunciato di voler portare la TVA sull'export dal 9 al 17%. E questo sarebbe solo il primo colpo inferto al traffico portuale di Hong Kong.

E tra i porti concorrenti non c'è solo Singapore. Anche Kaohsiung (Formosa) e i più importanti scali della Cina continentale, a cominciare da Shanghai, hanno intenzioni bellicose.

Tuttavia non saranno certamente i prossimi giorni a segnare una tendenza. Bisognerà attendere le decisioni ufficiali di Pechino e le reazioni internazionali ad eventuali leggi restrittive del traffico e dell'economia.

Entro fine secolo un'altro possedimento europeo in Asia tornerà alla madrepatria: Macao, la dirimpettaia di Hong Kong, che tornerà all'Amministrazione cinese. E il 31 dicembre 1999 sarà la volta dell'Amministrazione del Canale di Panama, che passerà dagli Stati Uniti al Panama.

Ma nel frattempo altri motivi di rivendicazioni territoriali si sono creati in tutto il mondo. Un mondo inquieto che non sempre riesce a sanare le controversie con accordi internazionali che vengano rispettati dalle parti. Come quello per Hong Kong.

Bruno Bellio




ABB Marine Solutions Consorzio ZAI Salerno Container Terminal

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