Lo Stato è per gli armatori italiani un «socio
occulto di maggioranza, che per di più non si assume il
rischio di impresa»
Le aziende armatoriali che operano in cabotaggio - accusa Confitarma
- versano allo Stato otto volte i loro guadagni
Secondo la Confederazione Italiana Armatori (Confitarma), ogni
armatore che opera in cabotaggio ha lo Stato come «socio occulto di
maggioranza». Una presenza invadente ed avida che
«per di più - sottolineano gli armatori italiani -
non si assume il rischio di impresa». Questo è quanto
risulta dallo studio "L'impatto fiscale del comparto armatoriale
italiano sull'economia nazionale", commissionato da Confitarma
al Censis, che è stato presentato oggi a Roma dal presidente
della confererazione armatoriale italiana, Giovanni Montanari,
e dal senatore Salvatore Lauro, armatore e membro della commissione
Bilancio del Senato.
«Dall'analisi - ha rilevato Confitarma - emerge uno scenario
sconfortante, soprattutto per quanto riguarda il comparto del
cabotaggio in quanto, per ogni mille euro prodotti direttamente
nel comparto, gli utili netti degli imprenditori ammontano soltanto
a quattro euro, mentre lo Stato ne incassa trenta». In complesso
il gettito erariale creato dall'armamento è pari a 1.600
milioni di euro all'anno, di cui 1.053 milioni per le imposte
dirette ed indirette e 550 milioni per gli oneri sociali.
«La situazione - ha detto Montanari - è emblematica
delle gravi difficoltà che l'armamento italiano deve affrontare
in questo momento. Infatti le nostra imprese di navigazione, e
soprattutto quelle che operano nel cabotaggio, ormai a stento
riescono a sostenere la concorrenza delle altre marinerie europee
che si affacciano minacciose sui traffici tra i nostri porti nazionali
usufruendo delle normative dei loro Paesi, ben più favorevoli
delle nostre».
Confitarma chiede una politica di lungo periodo per il settore
«e non improvvisata per metter toppe nei momenti critici».
«E' necessario - ha spiegato Montanari - dare certezza di
prospettive ad un settore, come quello del cabotaggio, che da
tempo, per mantenere la competitività della bandiera italiana,
ha visto interventi importanti, ma episodici e non strutturali,
discordanti rispetto ai piani di sviluppo di portata pluriennale
propri delle caratteristiche operative delle aziende di navigazione,
dati i tempi di realizzazione degli investimenti e la durata media
dei contratti di noleggio delle navi».
«Senza adeguati provvedimenti per ridurre il peso
fiscale e contributivo - ha sottolineato il presidente degli armatori
italiani - è compromessa la competitività e la stessa
esistenza della flotta di cabotaggio battente bandiera italiana».
«La buona volontà del governo - ha precisato - è
indubbia, come dimostrano i continui interventi del ministro Lunardi
e l'impegno della presidenza del Consiglio, manifestato a più
riprese».
Montanari ha però manifestato perplessità circa
le misure di programmazione economica previste dall'esecutivo.
Pur precisando di non poter esprimere alcun giudizio sull'operato
del ministro Tremonti, «il quale persegue un suo progetto
economico e finanziario per il Paese», tuttavia Montanari
ha rilevato come «in tale progetto sembra non esserci posto
per una politica di sviluppo del trasporto marittimo». Una
scelta secondo Confitarma non condivisibile e illogica.
«Il nostro Paese - ha detto Salvatore Lauro - è caratterizzato
da una cultura contadina, ma ha dalla sua, per il futuro, le chances
offerte dai suoi ottomila chilometri di coste. Io credo che il
presidente del Consiglio Berlusconi, che ha utilizzato per la
sua campagna elettorale una nave ed ha più volte sottolineato
l'importanza delle vie del mare, debba rafforzare questo concetto,
prevedendo opportuni provvedimenti normativi a sostegno di un
settore fondante dell'economia del Paese, che ha tutti i numeri
per allargare la propria leadership a livello europeo e mondiale.
Ciò grazie alla qualità della flotta mercantile
italiana, che merita un supporto significativo agli sforzi che
fa quotidianamente per mantenerla. Ritengo che le politiche incentrate
sul mare siano particolarmente importanti in vista della prossima
presidenza italiana dell'Unione europea».
CENSIS
Sintesi dello studio
L'impatto fiscale del comparto armatoriale italiano
sull'economia nazionale
Roma, 6 novembre 2002
1. Uno studio Censis per valutare il contributo del settore
armatoriale alle Casse dello Stato
Su incarico della Confitarma - Confederazione Italiana Armatori,
il Censis ha realizzato uno studio finalizzato alla valutazione
quantitativa dell'impatto fiscale e contributivo complessivamente
generato dal comparto dei trasporti marittimi e dal suo indotto
sull'intera economia nazionale.
Tale studio è stato elaborato in continuità con
le analisi economiche prodotte nel Secondo Rapporto sull'Economia
del Mare pubblicato dal Censis e dalla Federazione del Mare nel
2002, approfondendo attraverso apposite analisi statistiche ed
econometriche gli aspetti inerenti al bilancio erariale delle
imprese impegnate nel trasporto marittimo e delle imprese fornitrici
ad esse collegate.
In particolare, le considerazioni sviluppate nello studio fanno
riferimento a stime parametriche riferite all'anno 2000, ultimo
anno per il quale è stato possibile lavorare su fonti e
dati stabili e rilevanti. Considerate le condizioni di contesto
economiche e normative, si può comunque ragionevolmente
desumere che i valori proposti siano validabili come valori medi
annuali per l'ultimo biennio.
2. L'armamento italiano dà ogni anno allo
Stato 1.600 milioni di Euro
1.600 milioni di Euro tra versamento delle imposte dirette, indirette
e degli oneri sociali e contributivi previsti dalla Legge. A tanto
ammonta il contributo complessivo allo Stato generato dalle imprese
direttamente ed indirettamente coinvolte nel comparto amatoriale
italiano (Tab. 1).
Tabella 1 - Il gettito fiscale e contributivo dell'armamento
italiano (milioni di Euro)
| Tipologia | Imprese di trasporto marittimo
| Imprese fornitrici | Totale
|
| Imposte (Irpef, Irpeg, Irap, etc.) |
419 | 634 | 1.053
|
| Oneri sociali | 38 |
512 | 550 |
| Totale gettito | 457
| 1.146 | 1.603
|
Fonte: Censis, 2002
Nel dettaglio, anche considerando i regimi di esenzione fiscale
e contributiva parziale e totale già previsti a favore
del settore tra componente nazionale ed internazionale, il gettito
erariale complessivo dell'armamento risulta decisamente notevole,
composto per circa i due terzi dalle imposte dirette ed indirette
(1.053 milioni di Euro) e per il rimanente terzo dagli oneri sociali
(550 milioni di Euro).
Per quanto attiene alla composizione interna del comparto tra
imprese dirette ed aziende fornitrici, l'analisi restituisce un
quadro in cui quasi il 40% delle imposte è attribuibile
alle imprese di trasporto marittimo, a fronte di un loro apporto
sul totale del gettito pari a circa il 30%.
Tali valori, peraltro, sono stati calcolati senza tenere particolarmente
conto dell'articolata catena causa-effetto generata sull'economia
del Paese dall'esistenza di un settore armatoriale italiano coeso
e organizzato.
Qualora, infatti, venissero considerate anche solo alcune delle
condizioni potenziali ottimali per il singolo settore -
redditività media aziendale, elasticità dei costi,
regime contributivo e fiscale ordinario, etc. -, il gettito erariale
complessivamente prodotto si accrescerebbe sino a ben 2.600 milioni
di Euro, pari ad oltre il 20% della produzione totale attivata
dalle imprese direttamente ed indirettamente coinvolte.
3. Un Euro alle imprese, sei Euro allo Stato: il pesante bilancio
del cabotaggio
Le analisi condotte restituiscono per il cabotaggio un bilancio
alquanto sconfortante: ad oggi, per ogni mille euro prodotti direttamente
nel comparto, gli utili netti degli imprenditori ammontano soltanto
a quattro Euro, contro i trenta Euro, pari a quasi otto volte
di più, di introito per lo Stato. Per quanto attiene, poi,
all'indotto attivato, di ogni mille Euro nel complesso
prodotti ne vengono incassati dalle imprese coinvolte in forma
di utili netti circa trenta, mentre lo Stato ne introita cinque
volte di più.
Aggregando tali valori lo scenario non cambia: l'utile netto complessivo
delle imprese direttamente ed indirettamente impegnate
nel cabotaggio (150 milioni di Euro) rappresenta soltanto l'1,3%
della produzione lorda totale attivata (11.669 milioni di Euro),
laddove lo Stato (tra tasse, contributi, etc.) ne incassa ben
il 7,3%, pari a 849 milioni di Euro. Lo Stato, pertanto, ha un
introito pari a circa sei volte quello degli imprenditori del
settore (Tab. 2).
Tabella 2 - Il bilancio del cabotaggio italiano (imprese
di cabotaggio + imprese fornitrici, milioni di Euro e val.%)
| Aggregato | Valori
| Rif. |
| Produzione complessiva attivata | 11.669
| A |
| Utile netto delle imprese | 150
| B |
| Entrate totali dello Stato | 849
| C |
| Utile netto delle imprese / Produzione complessiva attivata
| 1,3% | B/A |
| Entrate totali dello Stato / Produzione complessiva attivata
| 7,3% | C/A |
| Entrate totali dello Stato / Utile netto delle imprese
| 5,7 | C/B |
Fonte: Censis, 2002
Quand'anche si volesse considerare uno scenario potenziale
ottimale in termini di redditività media aziendale e di
regime contributivo, il quadro descritto non muterebbe significativamente:
a fronte di sforzi imprenditoriali aggiuntivi, infatti, la percentuale
di utili netti per gli imprenditori diretti ed indiretti
salirebbe dall'1,3% al 3%, mentre l'introito dello Stato dal
7,3% all'11,5% del totale della produzione movimentata. Lo
Stato, dunque, "incasserebbe" ben 1.346 milioni di Euro
contro i 340 delle imprese, con conseguente abbassamento della
proporzione Stato/impresa da 5,7 a circa quattro volte.
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