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20 maggio 2009

Il problema della pirateria marittima va risolto dalla politica

Confronto tra armatori ed esperti in occasione della Giornata Europea del Mare

L'endemica piaga della povertà e delle numerose fazioni tribali, etniche, religiose e politiche in lotta l'una contro l'altra nel Corno d'Africa ha fatto sì che nella regione abbia attecchito e stia prosperando il fenomeno della pirateria marittima, com'è avvenuto in altre aree mondiali afflitte da problemi analoghi. La disperazione e la necessità di danaro, da utilizzare soprattutto per l'acquisto delle armi, rendono le navi e i loro carichi - gli unici beni di valore che transitano nella zona - l'obiettivo di predoni alla fame (i meno pericolosi) e di corsari pronti a tutto.

Sinora l'unica contromisura messa in atto dalla comunità internazionale è stata l'invio nell'area di forze navali, più o meno coordinate tra loro. Comune è la critica per la mancanza di un approccio più generale che affronti la piaga della povertà e dei conflitti nelle nazioni della regione, in particolare in Somalia. La difficoltà di un approccio politico al problema della dissoluzione dello Stato somalo, dal quale è germogliato il fenomeno della pirateria, è stata riconosciuta nuovamente dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti lo scorso 16 dicembre con l'adozione all'unanimità della risoluzione 1851 del 2008 con la quale è stata autorizzata la possibilità di condurre operazioni sul suolo somalo per contrastare l'attività dei pirati sul mare, consentendo di «assumere tutte le misure “appropriate in Somalia” per impedire a coloro che utilizzano il territorio somalo di pianificare, agevolare o intraprendere tali atti».

«Il fenomeno della pirateria non è nuovo, ma fino alla metà dell'ultima decade la sua incidenza era limitata», ha confermato ieri il presidente della Confederazione Italiana Armatori (Confitarma), Nicola Coccia, aprendo i lavori del convegno “Economic Impact and strategy to counter piracy” svoltosi a Roma nella Galleria Colonna in occasione della Giornata Europea del Mare. «Per questo motivo - ha aggiunto - la comunità internazionale solo recentemente è corsa ai ripari nel tentativo di arginare l'attuale escalation. Dal 2005 l'incidenza del fenomeno è vertiginosamente aumentata: in termini di riscatti pagati si è passati da cifre che si aggiravano intorno alle migliaia di dollari ai 3,5 milioni di dollari richiesti per la nave giapponese Stella Maris nel luglio del 2008. Si stima che la cifra pagata per i riscatti solo nel 2008 si aggiri tra i 18 e i 30 milioni di dollari».

La complessità del fenomeno è stata sottolineata dall'ammiraglio Paolo La Rosa, capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, il quale ha ricordato che la pirateria marittima è un problema storico e complesso le cui cause sono radicate a terra, mentre gli effetti si avvertono principalmente in mare, e coinvolge numerosi e diversi attori nazionali e internazionali.

È evidente: il problema della pirateria non può essere risolto con il solo ricorso ad azioni di forza. È necessario ricostituire un'organizzazione sociale e una forma statuale in Somalia ed è indispensabile migliorare radicalmente le condizioni di vita delle persone che abitano la regione. Questa è anche l'opinione di Giuseppe Bottiglieri, presidente della commissione Navigazione oceanica di Confitarma: «è necessario - ha spiegato - che venga assunta una decisione politica internazionale, nonostante l'azione delle marine militari sia di grande aiuto alla sicurezza dei traffici. Tale soluzione dovrebbe andare di pari passo con l'aiuto alle popolazioni locali in quanto situazioni di grande povertà favoriscono l'emergere di fenomeni di questo tipo di criminalità internazionale».

«Il problema - ha confermato il presidente del Gruppo Giovani Armatori di Confitarma, Giuseppe Mauro Rizzo - va risolto a livello politico perché non basta più la buona volontà e la professionalità degli operatori».
Tuttavia, tra le misure per opporsi agli attacchi dei pirati, sovente viene evidenziata la necessità di armare gli equipaggi delle navi. Una vera follia. Ciò - ha rilevato il presidente del BIMCO, Philip Embiricos, comporterebbe una escalation della violenza da parte dei pirati, senza contare che i marittimi non sono addestrati all'utilizzo delle armi e quindi si aumenterebbe il livello di pericolosità. Gli equipaggi - aggiungiamo noi - non sono neppure pagati a sufficienza per rischiare la vita. Anche per Embiricos la base per la risoluzione della pirateria marittima al largo delle coste della Somalia è a terra.

Cesare d'Amico, presidente del Gruppo CSO (Company Security Officer) di Confitarma, ha richiamato gli armatori a mettere in pratica tutte le misure necessarie alla difesa della nave, in primis quella di navigare seguendo le ultime direttive della Marina Militare che prevedono un passaggio a minimo 600 miglia dalla costa.

L'ammiraglio Maurizio Gemignani, comandante del Comando Nato di Napoli, ha evidenziato la necessità di un coordinamento tra le tantissime organizzazioni militari che operano nell'area, oltre ad un indispensabile adeguato supporto legislativo per poter detenere i pirati catturati e farli giudicare da un tribunale locale.

Poco evidenziato, e tuttavia talvolta menzionato tra le righe, è l'aspetto legislativo e giurisdizionale proprio delle navi e delle marine militari, cioè lo Stato di bandiera delle navi e i limiti di intervento delle forze navali militari schierate a difesa delle imbarcazioni. Su questo tema raramente ci sono prese di posizione da parte di organizzazioni internazionali. Alcuni però, sottovoce, insinuano dubbi sull'obbligo di proteggere o assistere navi che magari battono bandiere di comodo. A questi ultimi ricordiamo che, su queste navi, sono imbarcati marittimi che di comodo non sono, se non per qualche poco scrupoloso armatore.

Bruno Bellio

ABB Marine Solutions
Voltri-Pra Terminal Europa
Vincenzo Miele

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