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25 gennaio 2010
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- Abbandoniamo la portualità di transhipment
all'inevitabile tramonto?
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- La crisi accentua il problema della distribuzione delle
risorse
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Che facciamo? Dichiariamo lo stato di crisi della portualità
del Sud? Abbandoniamo il porto di Gioia Tauro a se stesso? Il
momento non è facile. Nei periodi di recessione le difficoltà
sono e appaiono più ardue da superare e i nodi vengono al
pettine, non solo nel settore dell'economia marittima. L'intero
sistema industriale nazionale è in sofferenza.
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Lo stabilimento per la costruzione di automobili di Termini
Imerese ha un futuro? Forse no. Tuttavia i motivi che inducono a
ritenere che la fabbrica siciliana della Fiat sia fuori mercato sono
validi anche per gli altri insediamenti produttivi del gruppo
automobilistico in Italia. Ne consegue che è fuori mercato
l'intero sistema industriale nazionale dell'auto.-
- Parliamoci francamente: Luca Cordero di Montezemolo, John Elkann
e Sergio Marchionne, avendo a disposizione capacità in altre
sedi produttive, hanno convenienza a chiudere lo stabilimento di
Termini Imerese, perché questo - in termini di costi e di
competitività - può essere l'interesse precipuo
dell'azienda, cioè - in misura fortemente decrescente - può
essere utile per i proprietari, gli azionisti, i colletti bianchi,
gli operai e le società dell'indotto. Ovviamente per le
ultime tre categorie, legate al sito di produzione, il vantaggio si
tramuta in danno se lavorano per le fabbriche che cessano di
produrre.
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- Il medesimo ragionamento si può fare per altri comparti
dell'industria italiana, fuori mercato rispetto ad una concorrenza
che ha delocalizzato la produzione in nazioni nelle quali il costo
del lavoro è decisamente inferiore, oppure dove il fisco è
meno rapace o ancora dove si può disporre di risorse umane
trattate secondo i più moderni canoni dello schiavismo.
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- Tale riflessione è valida per l'Italia, ma anche per
molte nazioni del cosiddetto mondo occidentale, dove i governi non
sono in grado di gestire un fenomeno epocale, quello della
globalizzazione.
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- La strategia politica dovrebbe differire da quella aziendale e
dovrebbe mirare a garantire il benessere generale della comunità.
In un mondo in cui le regole non sono uguali per tutti, la politica
deve saper distinguere i vari interessi e mediarli verso uno
sviluppo comune.
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- Se per Fiat è conveniente concentrare la produzione in
India, in Cina o magari in Africa, per la politica italiana
l'interesse dovrebbe essere quello di individuare una strada lungo
la quale la comunità nazionale possa sviluppare le proprie
potenzialità.
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- Le analogie tra lo stabilimento di Termini Imerese e il porto di
Gioia Tauro sono innumerevoli. Entrambi sono frutto del programma di
industrializzazione del Mezzogiorno. Il primo è un caso
nostrano di delocalizzazione. Il secondo è nato sul fallito
tentativo di insediamento di un centro siderurgico. Tutti e due sono
stati colpiti direttamente dalla recessione economica mondiale. La
fabbrica siciliana è considerata uno dei rami secchi del
gruppo automobilistico. Il Medcenter Container Terminal (MCT) del
porto calabro soffre per il deciso calo dei traffici marittimi e per
la crescente concorrenza dei terminal di transhipment che si stanno
sviluppando sulla sponda africana del Mediterraneo.
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- Alcuni giorni fa, in occasione di un incontro conviviale con la
stampa, il presidente dell'Autorità Portuale di Genova, Luigi
Merlo, aveva espresso forti perplessità sul futuro dei porti
di transhipment italiani, cioè Taranto, Cagliari e,
soprattutto, Gioia Tauro. La funzione di questi scali nello schema
dei traffici containerizzati mondiali è di redistribuire ai
mercati regionali il flusso di container trasportato sulle
principali rotte internazionali. In questi porti avviene il
trasbordo dei carichi dalle navi madre alle navi feeder.
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- Nei giorni successivi Merlo ha manifestato anche la
preoccupazione che lo stato di sofferenza di questi scali induca il
governo a sostenere i porti di transhipment del Sud sottraendo
risorse alla portualità dell'Italia settentrionale.
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- Proprio in questi giorni i sindacati hanno sollecitato il
ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, a
mettere in atto interventi volti a scongiurare la chiusura dei porti
di transhipment. «La crisi che ha coinvolto le economie
mondiali - hanno scritto al ministro i segretari generali della Filt
Cgil, Franco Nasso, della Fit Cisl, Claudio Claudiani e della
Uiltrasporti, Giuseppe Caronia - sta riflettendo gravi ripercussioni
sui porti italiani con un calo dei volumi e delle tariffe di
proporzioni considerevoli e ricadute negative sull'occupazione».
«In tale ambito - hanno rilevato - le attività svolte
dai porti di transhipment, per loro natura estremamente fungibili,
sono ancora più esposte alla concorrenza».
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- Anche secondo i tre dirigenti sindacali, «lo sviluppo dei
porti del Nord Africa sta determinando le condizioni per un
ridimensionamento dell'attività svolta in Italia con lo
spostamento dei grandi armatori su altri porti, con il rischio che
si possa produrre un graduale abbandono dell'attività con la
chiusura dei porti coinvolti, in particolar modo il porto di Gioia
Tauro». È «di questi giorni - hanno ricordato -
l'attivazione a Gioia Tauro di una procedura di cassa integrazione
per il 40% del personale dipendente, a Taranto per la quasi
totalità dei lavoratori e Cagliari e La Spezia sono in
notevole difficoltà, con la conseguenza che alla fine del
periodo gestito attraverso gli ammortizzatori sociali le aziende
avvieranno ristrutturazioni definitive dell'attività con
ripercussioni pesantissime sull'intera economia del territorio su
cui insiste il porto stesso».
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- L'opinione di questi rappresentanti dei lavoratori è che
sia necessario «introdurre una specifica normativa che
differenzi l'attività dei porti di transhipment individuando
particolari condizioni che garantiscano al sistema italiano di poter
continuare a competere nel panorama mondiale, misure, per altro, già
adottate dagli altri paesi della Comunità europea».
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- Per il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, così
come per alcuni sindacati, il governo dovrebbe intervenire in
particolare sulle tasse di ancoraggio per consentire al porto di
Gioia Tauro di recuperare competitività. Loiero ha inviato
una lettera al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni
Letta, in cui propone l'approvazione di un decreto legge che dimezzi
o azzeri le tasse di ancoraggio, «anche per un periodo di
tempo determinato di qualche anno, quelli della ripresa dei traffici
mondiali che gli analisti prevedono entro il 2012».
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- In un porto-azienda come quello di Gioia Tauro, incentrato
sull'attività di MCT, la crisi colpisce direttamente la
società terminalista. In altri principali scali italiani, che
operano differenti e molteplici tipologie di traffico, questo
impatto è più attenuato. Ciò non toglie che
tutta la portualità italiana sia in crisi.
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- Oggi alla politica si chiede pragmatismo. Ma la politica non è
un'azienda. Funzione della politica è casomai valutare quale
sia il ruolo di un'azienda per il benessere economico e sociale
della comunità e di proporre soluzioni per risolvere gli
stati di crisi.
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- Ciò non vuol dire che la fabbrica di Termini Imerese
debba essere salvata a tutti i costi, né che i porti di Gioia
Tauro, Cagliari e Taranto debbano continuare a vivere di
transhipment. Significa chiedere alla politica di fare il suo
lavoro: dare risposte alla comunità in difficoltà,
proporre soluzioni o alternative.
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- Le comunità in difficoltà non sono solamente
quelle della Calabria o della Sicilia, di Taranto e Cagliari. La
recessione ha profondamente colpito la società italiana. I
problemi sono comuni. Merlo sa bene che numerose aziende marittime
genovesi navigano in cattive acque. Inoltre sa che i problemi del
cantiere navale di Sestri Ponente della Fincantieri sono gli stessi
degli stabilimenti del gruppo navalmeccanico a Palermo o
Castellammare di Stabia.
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- Le risorse sono quelle che sono e, giustamente, il presidente
del porto di Genova auspica che non siano sprecate in accanimenti
terapeutici. Nessuno (tranne che nelle vicende bibliche) è
mai riuscito a risuscitare un morto. Un appello a non sperperare
forze e denaro che sottoscriviamo volentieri.
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- È necessario però valutare con attenzione la
gravità del paziente e soprattutto le ripercussioni di un suo
eventuale decesso sulla comunità in cui è vissuto. È
indispensabile anche essere consapevoli che la portualità è
in difficoltà anche al Nord. Riteniamo quindi auspicabile che
si lavori per accrescere la competitività di tutto il
sistema, da Gioia Tauro a Genova e Trieste.
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- Bruno Bellio
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