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13 settembre 2012
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- EDITORIALE
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Il disegno di legge sui porti rischia di cristallizzare il
mercato
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- Se il legislatore confida che in futuro gli investimenti dei
terminalisti includeranno anche la costruzione delle banchine si
illude
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Ieri al Senato è stato compiuto un passo avanti o uno
indietro? Sorvolando sulla questione della proliferazione delle
Autorità Portuali, di cui si intendeva ridurre il numero e
che invece ha visto la conferma degli enti a Manfredonia e Trapani,
e trascurando altri temi rilevanti come quello dei poteri da
conferire alle Autorità Portuali, che varrebbe di per sé
una normativa specifica soprattutto in vista della possibile
assegnazione a queste istituzioni di una effettiva autonomia
finanziaria, nel progetto di legge approvato ieri dal Senato ci sono
altri elementi che contribuiscono ad avvalorare la supposizione che
più che un avanzamento sia in atto un arretramento.-
- La legge 84/94 sui porti attualmente in vigore era stata
definita con l'intento di privatizzare le banchine e liberalizzare
le attività portuali e il progetto di legge attualmente
all'esame del Parlamento è stato elaborato con lo scopo di
proseguire sulla strada delle liberalizzazioni e delle
privatizzazioni accentuandone la portata. Per alcuni aspetti sembra
invece tendere alla conservazione, ostacolando ad esempio l'ingresso
di nuovi operatori nel mercato. Il proposito del legislatore non
sembra volto a dotare le imprese di nuove armi per catturare
ulteriori traffici marittimi. Sembra piuttosto orientato ad impedire
ad altri operatori di invadere territori portuali attraverso cui
transitano i traffici più ricchi e consistenti.
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- Le disposizioni all'articolo 14 del disegno di legge approvato
dal Senato che potrebbero consentire di anticipare la gara pubblica
per la riassegnazione di un'area terminalistica rispetto alla
scadenza naturale e che potrebbero imporre all'Autorità
Portuale o al nuovo concessionario di rifondere gli investimenti
effettuati e non ammortizzati dal vecchio inquilino del terminal non
percorrono certo la strada della semplificazione, della trasparenza
e dell'apertura del mercato, né soprattutto invogliano nuovi
operatori a tentare di accedere ai porti italiani.
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- Secondo il relatore del progetto di legge Luigi Grillo, si
tratta di «una norma che incentiva i privati a fare
investimenti», «considerato - ha rilevato ieri il
senatore - che lo Stato non è nelle condizioni oggi e, forse,
nel prossimo futuro di farli».
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- Gli investimenti dei terminalisti nei porti italiani, così
come quelli effettuati nella quasi totalità degli scali
marittimi mondiali, consistono principalmente nel pagamento
dell'affitto delle aree portuali, nell'acquisto delle gru e di altri
mezzi e nell'acquisto dei sistemi necessari per la gestione
informatizzata del terminal. Quando nelle cerimonie per la
sottoscrizione di un nuovo contratto di concessione si enfatizza la
mole degli investimenti privati che saranno effettuati nel terminal,
di questo si parla: di canone di affitto, di mezzi di sollevamento e
di programmi software. Non si parla della costruzione di banchine,
che in tutto il mondo sono realizzate dalla parte pubblica tranne
sporadici casi nei quali il terminal portuale è l'appendice
di un complesso industriale, come accade con attività che
esigono un accesso dedicato al mare.
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- Nel corso del dibattito parlamentare l'ex ministro dei Trasporti
Matteoli, riferendosi a queste specifiche norme dell'articolo 14, ha
manifestato «perplessità in ordine alla compatibilità
della disposizione con le indicazioni comunitarie», ma ha
rilevato - come altri senatori - che «quando il concessionario
arriva agli ultimi anni della concessione, senza sapere se questa
gli verrà rinnovata, smette di effettuare investimenti. Ciò
- ha osservato Altero Matteoli - va certamente a scapito
dell'attività del porto». A noi pare difficile credere
che il terminal operator possa smettere di effettuare investimenti,
cioè cessi di pagare l'affitto e di utilizzare mezzi
indispensabili per servire i clienti, senza che ciò vada a
discapito della propria attività prima che di quella del
porto.
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- L'articolo, al fine di concedere una proroga della concessione,
parla tuttavia di “investimenti in opere infrastrutturali e in
opere o impianti di non facile rimozione” realizzati dal
concessionario trascorsi i due terzi della durata della concessione.
Francamente sembra improbabile che i terminal operator si accollino
la responsabilità di finanziare la costruzione di opere
infrastrutturali, ben più gravosa rispetto a quella già
onerosa di attrezzare il terminal affinché divenga operativo.
Non appare sufficiente la proroga della durata della concessione non
superiore ad un terzo della durata inizialmente stabilita per la
concessione - come prevede il testo approvato dal Senato - per
ammortizzare l'investimento.
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- Se il legislatore confida che in futuro gli investimenti dei
terminalisti includeranno anche la costruzione delle banchine si
illude.
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- Bruno Bellio
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