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13 settembre 2017

Ricercatori americani individuano una correlazione tra le emissioni delle navi e l'aumento dell'intensità delle perturbazioni temporalesche

Il numero di fulmini è doppio sulle trafficate rotte marittime che attraversano l'Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Geophysical Research Letters” edita dall'American Geophysical Union (AGU) individua una correlazione tra l'intensità dei fenomeni temporaleschi e l'intensità del traffico marittimo su alcune principali rotte mondiali. Lo studio dei ricercatori statunitensi Joel Thornton, Katrina Virts, Robert Holzworth e Todd Mitchell rileva che i temporali verificatisi nelle aree marittime in cui transitano due delle rotte navali più trafficate del mondo sono risultati molto più violenti rispetto a quelli in aree marittime non percorse da un consistente traffico navale.

Tracciando una mappatura delle perturbazioni temporalesche verificatesi in tutto il mondo, i quattro ricercatori americani hanno osservato che il numero di fulmini sulle trafficate rotte che attraversano l'Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale è doppio rispetto a quello di aree marittime adiacenti che presentano un clima analogo.

In particolare, Katrina Virts, ricercatrice presso il NASA Marshall Space Flight Center di Huntsville, in Alabama, analizzando i dati forniti dal World Wide Lightning Location Network, una rete di sensori che individua i fulmini in tutto il mondo, ha notato una linea quasi rettilinea di fulmini che attraversa l'Oceano Indiano. Virts e i suoi colleghi hanno confrontato i dati relativi alla posizione dei fulmini con le mappe generate da un database globale sulle emissioni delle navi. Analizzando la posizione di 1,5 miliardi di fulmini caduti dal 2005 al 2016, i ricercatori hanno riscontrato che il numero medio di fulmini sulle principali rotte percorse dalle navi che attraversano l'Oceano Indiano settentrionale, transitano per lo Stretto di Malacca, che ogni anno registra il passaggio di quasi 100mila navi, e attraversano il Mar Cinese Medirionale è doppio rispetto a quello di aree adiacenti dell'oceano che presentano caratteristiche climatiche simili.

I ricercatori hanno ritenuto che la differenza di intensità delle manifestazioni temporalesche non possa essere spiegata con i cambiamenti climatici ed hanno concluso che le particelle aerosoliche emesse con i gas di scarico delle navi hanno un'influenza sulle modalità con cui le nubi temporalesche si formano sugli oceani.

Quindi, secondo i ricercatori, le emissioni delle navi possono contribuire a determinare il livello di intensità di una perturbazioni temporalesca, in quanto le particelle contenute nei gas di scarico rendono più piccole le gocce d'acqua nelle nubi e contribuisco al loro innalzamento nell'atmosfera, creando con ciò un numero maggiore di particelle di ghiaccio che creano più fulmini.

Secondo gli autori, lo studio offre le prime prove che le attività umane stanno determinando un cambiamento della formazione delle nubi su base quasi continua anziché a causa di un evento singolo come ad esempio un incendio. I ricercatori hanno sottolineato che la formazione delle nubi può influenzare le precipitazioni atmosferiche e alterare il clima modificando la quantità di radiazione solare riflessa nello spazio.

«Si tratta - ha evidenziato Joel Thornton, ricercatore presso l'Università di Washington a Seattle e autore principale dello studio - di uno dei più chiari esempi di come gli esseri umani stiano cambiando l'intensità delle perturbazioni temporalesche attraverso l'emissione di particolato dai processi di combustione». «È davvero la prima volta - ha confermato Daniel Rosenfeld, ricercatore presso l'Hebrew University di Gerusalemme - che abbiamo una “pistola fumante”, che dimostra come su incontaminate aree oceaniche la quantità di fulmini sia più che raddoppiata. Lo studio mostra in maniera inequivocabile la relazione tra le emissioni antropiche, in questo caso prodotte da motori diesel, e le nubi convettive estese».

«Ritengo - ha commentato Steven Sherwood, ricercatore presso l'University of New South Wales di Sydney - che sia uno studio davvero interessante perché costituisce la prova più concreta che ho visto sul fatto che le emissioni aerosoliche possano influenzare le nubi convettive estese, intensificarle e aumentare la loro elettrificazione. Stiamo emettendo molte cose nell'atmosfera, tra cui molto inquinamento atmosferico, particolato, e non sappiamo quale sia l'impatto sulle nubi. Per molto tempo è regnata l'incertezza. Questo studio - ha concluso Sherwood - non è risolutivo, ma ci apre uno spiraglio mettendoci in grado di fare un passo avanti nel rispondere ad alcune delle maggiori questioni circa gli impatti delle nostre emissioni sulle nubi».


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