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2 dicembre 2008 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 07.01 GMT+1



4 marzo 2005

Ancanap sollecita le istituzioni italiane ad «applicare di leggi nazionali già approvate» e l’UE «a far fronte ai propri doveri»

«I cantieri navali italiani, oltre a subire la concorrenza coreana e cinese - ha sottolineato l’associazione - operano in un regime svantaggiato anche rispetto ai cantieri europei»

L’Ancanap (Associazione Nazionale Cantieri Navali Privati) ha sollecitato oggi il governo, il parlamento e le istituzioni nazionali ad applicare di leggi nazionali già approvate per consentire ai cantieri navali italiani di far fronte alla «concorrenza spregiudicata della Corea e della Cina». Inoltre Ancanap ha invitato le istituzioni comunitarie «a far fronte ai propri doveri».

«Operative da tempo, scadute da oltre tre anni (hanno persino prodotto diritti soggettivi) - ha rilevato Ancanap - le leggi di settore (16 marzo 2001 n. 88, 28 dicembre 1999 n. 522) sono attualmente bloccate dalla sentenza n. 77/2005 della Corte Costituzionale». Una sentenza che Ancanap giudica «incredibile ed incomprensibile, visto che non ha tenuto conto che venivano resi inefficaci provvedimenti assunti da tempo (ben prima delle modifiche alla costituzione invocate come causa di incostituzionalità) in recepimento di norme comunitarie che avrebbero dovuto contrastare la concorrenza sleale di paesi come la Corea e la Cina».

«La mancata conversione del decreto legge 280/2004 - ha sottolineato l’associazione - ha invece impedito il pagamento di benefici riconosciuti dallo Stato e per i quali erano già stati emessi decreti di concessione dei contributi e relativi impegni di pagamento. In questo modo sono stati pregiudicati diritti soggettivi già acquisiti dalle industrie creando un’insolvenza dello Stato».

«L’azione degli organismi europei a sostegno del settore - secondo Ancanap - è inconcludente e per certi versi assurda. Dopo un’azione che ufficialmente accusava la Corea per dumping, addirittura con ricorso formale al WTO, gli organismi europei hanno preteso da parte dei singoli cantieri la documentazione che desse prova della slealtà della concorrenza. Inoltre, a sette mesi dalle tempestive notifiche alla Comunità da parte degli organi nazionali che documentavano il dumping, è paralisi completa e non giungono risposte dovute».

«Queste irragionevoli e incomprensibili disfunzioni - ha concluso l’associazione - si inseriscono in un quadro di grande difficoltà del settore. I cantieri navali italiani, oltre a subire la concorrenza coreana e cinese, operano in un regime svantaggiato anche rispetto ai cantieri europei, che usufruiscono dei benefici previsti dalle leggi comunitarie, quelle stesse leggi che in Italia non trovano applicazione pratica».


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