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TRASPORTO MARITTIMO
Per la BPA la crescita dei container britannici dipende dagli investimenti, non dal carbon leakage
Un rapporto dell'associazione britannica contesta l'Osservatorio spagnolo: l'indicatore in teu-miglia non misura i volumi reali e amplifica l'effetto dell'ordine degli scali
Londra
16 ottobre 2026
Sono gli investimenti in nuove banchine, canali più
profondi e gru più grandi, e non l'elusione del sistema
europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS), a spiegare la
crescita dei porti container del Regno Unito. È la tesi del
nuovo rapporto della British Ports Association (BPA), dal titolo
“Drivers of UK container growth”, che contesta la
lettura secondo cui il prezzo europeo del carbonio starebbe
dirottando traffico dai porti continentali a quelli britannici. Una
lettura che è stata proposta a luglio dallo spagnolo
Observatorio ETS, che attribuisce la crescita del traffico container
sulle rotte interoceaniche nei porti del Regno Unito soprattutto ad
una riorganizzazione dei servizi marittimi che favorisce gli scali
britannici rispetto ai porti dell'Europa continentale, con un ruolo
determinante, secondo l'ipotesi formulata dagli autori, dei costi
legati al sistema EU ETS
(
del 31
luglio 2026).
Il rapporto spagnolo esclude che il fenomeno sia spiegato
semplicemente da un aumento della domanda britannica o da una
maggiore efficienza economica dei porti del Regno Unito, ma ammette
un effetto derivante dagli investimenti nelle infrastrutture
portuali britanniche, principalmente con interventi di dragaggio e
ammodernamento delle gru a Felixstowe, London Gateway e Southampton,
finalizzati a migliorare la capacità di accogliere le
portacontainer di maggiori dimensioni, anche se li considera un
fattore strutturale che facilita il rafforzamento dei porti
britannici come scali diretti dei servizi intercontinentali, ma non
li identifica da soli come causa sufficiente della crescita dei
porti del Regno Unito.
La British Ports Association ritiene che l'analisi
dell'Osservatorio spagnolo, secondo cui l'aumento della quota
britannica nelle attività container del Nord Europa sarebbe
indice di “carbon leakage”, abbia influenzato le
politiche dell'Unione Europea. O, almeno, così si deduce dal
comunicato con cui l'associazione portuale britannica ha presentato
il proprio studio, in cui si afferma che «all'inizio di
quest'anno l'UE ha proposto misure contro i porti container del
Regno Unito, partendo dall'idea che l'ETS stia spostando traffico
marittimo containerizzato dal continente alla Gran Bretagna. Ciò
- precisa la BPA - poggia sui rapporti dell'Osservatorio sull'EU ETS
del governo spagnolo».
Difficile dire perché la BPA ritenga che l'UE abbia
intenzione di «punire» i porti britannici, dato che se i
porti del Regno Unito sono stati certamente tirati in ballo nel
corso dei confronti tra i politici dell'Unione riguardanti l'impatto
dell'ETS sul trasporto marittimo, sinora l'Unione Europea non ha
prospettato ufficialmente disposizioni sul carbon leakage che
coinvolgono i porti britannici. Forse il riferimento della British
Ports Association è alla revisione del sistema EU ETS
proposta lo scorso luglio dalla Commissione Europea che inasprisce
le regole antielusione per i porti di trasbordo non UE, per impedire
agli operatori di ridurre l'esposizione all'ETS con una tappa in un
porto vicino extra-UE
(
del 17
luglio 2026).
Riferendosi all'analisi dell'Observatorio ETS, lo studio della
BPA ricorda che l'osservatorio spagnolo è un'iniziativa di
Puertos del Estado, l'ente statale nazionale dei porti, nata a
giugno 2025 per analizzare e prevedere possibili perdite di traffico
dei porti spagnoli legate all'ETS marittimo e per sostenere il
governo di Madrid davanti alla Commissione Europea. «L'Osservatorio
- si osserva nello studio britannico - va dunque inteso come
un'iniziativa di monitoraggio orientata alle politiche, nata in
risposta a una preoccupazione già esistente riguardo alla
competitività dei porti europei, e in particolare di quelli
spagnoli. Ciò non invalida i dati da esso prodotti; significa
tuttavia che i cambiamenti osservati e le spiegazioni
successivamente fornite in merito a tali cambiamenti devono essere
considerati separatamente».
Lo studio della BPA, quindi, sostiene che non sia scontata la
lettura dei dati raccolti dall'Osservatorio spagnolo e le
spiegazioni che fornisce sui cambiamenti delle rotte delle navi
riscontrati. Secondo lo studio britannico, il primo punto critico
riguarda la metrica, in quanto la “quota di mercato”
dell'Osservatorio spagnolo è misurata in teu-miglia, cioè
la capacità nominale delle navi moltiplicata per la distanza
percorsa. Non indica i container movimentati da un porto, le merci
importate o esportate, né il tasso di riempimento delle navi.
Lo studio rileva che il valore è molto sensibile all'ordine
degli scali. Se una nave Asia-Nord Europa tocca sia Rotterdam sia
Felixstowe, il lungo tratto intercontinentale viene attribuito al
primo porto toccato. Invertendo i due scali, il “lavoro di
trasporto” attribuito al Regno Unito può salire molto
anche se la nave fa gli stessi scali e i carichi cambiano poco. Lo
studio evidenzia che le deviazioni delle rotte attorno al Capo di
Buona Speranza, percorse per evitare il transito nel Mar Rosso dove
le navi sono oggetto di attacchi, amplificano l'effetto, perché
allungano il viaggio.
Lo studio della BPA puntualizza che i dati fisici non mostrano
un trasferimento di pari entità. Secondo le statistiche del
Dipartimento dei Trasporti britannico - ricorda lo studio - nel 2025
il traffico container britannico è cresciuto del +10% in
tonnellate (6,2 milioni in più) e del +11% in unità
(circa 0,6 milioni). Ma i porti di Rotterdam, Anversa-Bruges,
Amburgo e Haropa/Le Havre hanno movimentato tutti più
container che nel 2024. La crescita britannica è inoltre
concentrata: 5,4 milioni di tonnellate sui 6,2 totali, e circa 0,5
milioni di unità su 0,6, sono attribuibili a Londra, dove il
Dipartimento collega l'aumento alla nuova capacità del
terminal portuale London Gateway. Questo - nota lo studio della BPA
- non è l'andamento che ci si aspetterebbe più
naturalmente da un vantaggio derivante da normative valido per
l'intero Regno Unito. La stragrande maggioranza della crescita a
livello nazionale - si osserva - si è concentrata nell'area
portuale londinese, dove era appena divenuta disponibile una nuova,
consistente capacità per i container. Il documento ricorda
che la costruzione del quarto ormeggio del terminal London Gateway è
stata avviata nell'ottobre 2022 e l'opera è diventata
operativa a novembre 2024, aumentando la capacità del porto
londinese di oltre un terzo. Inoltre, nell'ottobre 2023 il porto di
Felixstowe ha completato l'approfondimento del canale d'accesso (da
-14,5 a -16 metri) e delle banchine 8 e 9 (da -16 a -18 metri) per
accogliere le più grandi navi portacontainer. Lo studio
sottolinea poi che il settore del trasporto marittimo è
entrato nell'ETS il primo gennaio 2024 ed evidenzia che quelli
britannici sono investimenti portuali di lungo periodo, concepiti
prima di questa norma europea.
Lo studio prende in esame anche la riorganizzazione
dei network di rotte delle compagnie di linea, ricordando che nel
2025 sono entrate in funzione la cooperazione Gemini Cooperation tra
le compagnie Maersk e Hapag-Lloyd, la rete autonoma di MSC e la
Premier Alliance. Gemini ha scelto London Gateway come porto
britannico per i servizi Asia-Europa, definito da Maersk il più
“ottimale” per ridurre la complessità della rete
e migliorare affidabilità, copertura e velocità. Lo
studio britannico specifica che anche congestione e difficili
condizioni operative nei porti europei continentali hanno avuto un
impatto: a maggio 2025 Maersk ha tolto il porto di Rotterdam dal
servizio transatlantico TA5 per vincoli operativi nei terminal,
mantenendo Felixstowe, Amburgo e Anversa. Nello stesso mese aveva
però spostato lo scalo britannico dello stesso servizio da
London Gateway a Felixstowe per la situazione operativa londinese:
un esempio - osserva la BPA - di quanto siano fluide le scelte dei
vettori e di come il quadro non sia una semplice contrapposizione
Regno Unito-UE.
Lo studio britannico rileva poi che la connettività dei
porti dell'UE non è affatto crollata e precisa che se gli
scali oceanici britannici sono aumentati, tuttavia la stessa analisi
dell'Osservatorio spagnolo non rileva un calo significativo delle
toccate nei porti UE del Nord Europa. Rotterdam ha registrato 46
scali oceanici a settimana nel 2023, 45 nel 2024 e 47 nel 2025; il
numero dei suoi primi scali europei è stato rispettivamente
30, 29 e 30, mentre gli ultimi scali sono passati da 9 a 11. Il
numero di scali di portacontainer è sceso da 8.811 a 8.530,
ma la dimensione media degli scali è salita da 4.145 a 4.675
teu e il traffico complessivo è cresciuto.
Lo studio della BPA si rifà anche al primo rapporto della
Commissione Europea sul monitoraggio degli effetti dell'ETS
marittimo, relativo ai primi tre trimestri del 2024, che è
stato pubblicato lo scorso anno
(
del 19
marzo 2025), osservando che non ha rilevato alcun aumento
significativo degli scali nei porti britannici prima o dopo quelli
UE e nessuna evidenza generale di modifiche dell'ordine degli scali
per aggirare l'ETS. La Commissione - precisa lo studio - ha rilevato
un aumento sulle rotte USA-UE con scalo intermedio nel Regno Unito
(dal 30% del 2023 al 34% del 2024), senza però individuare
uno schema sistematico, e ha attribuito i principali cambiamenti di
rotta soprattutto alla crisi del Mar Rosso.
Il rapporto rileva quindi che la stessa consultazione
realizzata dalla britannica UK ETS Authority riconosce un possibile
effetto marginale, con alcuni scali britannici aggiuntivi pensati
per ridurre l'esposizione all'ETS UE, ma indica evidenze limitate di
cambi di rotta per eludere la copertura. Lo studio aggiunge,
inoltre, che gli effetti della differenza di prezzo del carbonio
sulle rotte marittime sono transitori, in quanto le emissioni del
trasporto marittimo nazionale sono entrate nell'UK ETS a luglio 2026
e l'autorità ha proposto di includere il 50% delle emissioni
dei viaggi internazionali dal 2028, in linea con l'approccio UE.
Commentando gli esiti dello studio, il direttore per le
politiche e gli affari esterni della BPA, Mark Simmonds, ha
ricordato che «i porti britannici hanno investito centinaia di
milioni di sterline per attirare più navi e movimentare più
merci», ed ha sottolineato che «quegli investimenti
stanno dando frutti e rendono il Regno Unito più competitivo.
Sarebbe straordinario - ha affermato - se l'UE rispondesse a questo
successo introducendo misure per penalizzare i porti britannici. Da
tutte le evidenze disponibili, comprese le valutazioni e i dati
della stessa UE, emerge che l'aumento dei volumi nei porti del Regno
Unito coincide con l'entrata in servizio di nuova capacità».
Specificando che la BPA sostiene gli sforzi per ridurre le emissioni
del trasporto marittimo, Simmonds ha concluso evidenziando che «la
politica climatica deve basarsi su prove solide, non su ipotesi che
potrebbero danneggiare concorrenza e investimenti».
La British Ports Association, evidenziando che sussiste il
rischio di scambiare la normale concorrenza tra porti per elusione
normativa, ha quindi invitato sia il governo britannico che la
Commissione Europea a riesaminare le prove prima di adottare misure
che potrebbero danneggiare la competitività dei porti su
entrambe le sponde della Manica.
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