 In Italia l'economia del mare conta oltre 250mila imprese e 1,13
milioni di occupati, e genera 80 miliardi di euro di valore aggiunto
diretto, che salgono a 225 miliardi considerando le relazioni con il
resto dell'economia, pari all'11,4% del valore aggiunto nazionale,
in crescita del +3,8% contro il +2,1% dell'intera economia. Lo
evidenzia il “Focus On Blue Economy e Nautica” elaborato
dall'ufficio studi di SACE, l'Export Credit Agency italiana
partecipata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, che viene
presentato in occasione del Salone Nautico che si terrà
dall'1 al 6 ottobre a Genova. Il documento specifica che dietro
questi risultati ci sono fattori strutturali che stanno riportando
il mare al centro delle strategie europee: la riorganizzazione delle
catene logistiche globali, la transizione energetica, la sicurezza
delle infrastrutture critiche e il ruolo crescente del Mediterraneo
negli equilibri geopolitici.
Il rapporto spiega che la dimensione territoriale è uno
degli elementi distintivi della blue economy italiana. Il
Mezzogiorno contribuisce per circa il 34% al valore aggiunto
nazionale del settore e per quasi il 40% all'occupazione. Il mare si
conferma così una leva di sviluppo economico e sociale per le
aree costiere. Liguria, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Campania,
Sicilia e Lazio mostrano una concentrazione particolarmente elevata
di attività blu.
Il documento dell'ufficio studi di SACE conferma che la forza
della blue economy sta nella capacità di attivare altre
filiere, in quanto ogni euro prodotto dai settori del mare ne genera
altri 1,8 nel resto dell'economia nazionale. Inoltre, la rete
coinvolge attività spesso lontane dal mare in senso stretto
ma indispensabili al suo funzionamento: manifattura, energia,
costruzioni, servizi digitali, formazione, ricerca, finanza e
consulenza. I moltiplicatori più alti sono quelli della
movimentazione di merci e passeggeri (2,7) e della cantieristica
(2,4). In entrambi i casi pesano la fitta rete di fornitori,
tecnologie, servizi logistici e infrastrutture coinvolte. Turismo
costiero, attività sportive e ricreative e filiera ittica
attivano invece filiere complementari, dall'agroalimentare
all'ospitalità, dall'arredo alla manifattura specializzata.
Il rapporto rileva che la sfida per la crescita della blue
economy non riguarda solo i traffici marittimi, ma la capacità
di integrare porto, ferrovia, strada e retroporto in sistemi
logistici efficienti e sostenibili. Secondo SACE, la competitività
dipenderà dall'agire su tre direttrici: semplificare,
innovare e formare. Gli interventi indicati come imprescindibili
sono: lo sviluppo e la modernizzazione delle infrastrutture
portuali, anche reinvestendo i proventi ETS nella transizione green;
l'elettrificazione delle banchine; la digitalizzazione e
l'automazione della logistica; il rafforzamento delle competenze
tecniche.
Il documento segnala poi che al centro della blue economy
italiana c'è la nautica, una realtà produttiva
eterogenea e innovativa, tra i principali motori della crescita
nazionale, che coinvolge quasi mille imprese e oltre 168mila
addetti, con un valore aggiunto superiore ai 13 miliardi di euro.
Vale direttamente l'1,6% dell'export italiano di beni e oltre il 25%
dell'export nautico europeo, con punte di quasi il 30% per il
diporto. Per la nautica italiana, il 2025 è stato un anno da
record e per la prima volta l'export di imbarcazioni ha superato i
10 miliardi di euro, con una crescita del +40% sul 2024 che ha
riguardato tutti i segmenti.
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