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EDITORIALE
Da Puertos del Estado a Porti d'Italia: la stessa ispirazione, un esito opposto
Per la riforma portuale il governo si rifà al modello spagnolo, ma costruisce l'esatto contrario: un ennesimo sportello che lo spirito corporativo italiano sa inventarsi così bene
Genova
25 settembre 2026
Dieci anni fa, commentando il decreto legislativo
promosso dall'allora ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti,
Graziano Delrio, nell'ambito del governo Renzi che riscriveva la
legge 84/1994 sostituendo le Autorità Portuali con le
Autorità di Sistema Portuale, scrivevamo che il governo
italiano stava aprendo “una terza via bisecante i tradizionali
regimi in vigore in Europa”: né la gestione manageriale
nordeuropea, dove i porti sono controllati da enti locali che ne
sono anche i primi beneficiari economici, né quella
collegiale sudeuropea, dove Comitati Portuali danno voce a Regioni,
Comuni, autorità marittima, imprese e sindacati, ma una
gestione a marcata impronta statale, con Comitati di gestione delle
Autorità di Sistema Portuale presieduti da nomine governative
e un peso ridotto delle categorie economiche del territorio
(
del 25
gennaio 2016).
Dieci anni dopo, quella terza via si fa
ancora più stretta. Lo schema di disegno di legge C. 2925,
approvato dal Consiglio dei ministri il 22 dicembre 2025 e
attualmente all'esame della Camera dei deputati
(
del 22
dicembre 2025), non si limita a riformare la governance delle
authority portuali italiane: crea un soggetto nuovo, Porti d'Italia
Spa, destinato a diventare il “braccio operativo” dello
Stato per la realizzazione delle infrastrutture strategiche del
sistema portuale nazionale. È un salto di qualità
istituzionale, essendo la prima volta che una parte rilevante della
funzione infrastrutturale portuale viene concentrata in un soggetto
societario nazionale, distinto dalle Autorità di Sistema
Portuale, e come ogni salto di qualità porta con sé un
fascio di interrogativi che le oltre cento audizioni parlamentari e
gli oltre 600 emendamenti depositati, la maggior parte a firma del
Partito Democratico, seguito da Fratelli d'Italia, hanno reso via
via più nitidi.
La proposta governativa assegna alla Porti d'Italia la
concessione per 99 anni della realizzazione degli investimenti
strategici di rilevanza nazionale e internazionale e la manutenzione
straordinaria dei porti inclusi nella “Rete italiana della
portualità”, attività qualificate come servizio
di interesse economico generale, sottratte quindi al libero mercato.
Contestualmente la proposta assegna libertà d'impresa alla
nuova società, che può operare sia a livello nazionale
che all'estero in regime di concorrenza, progettando e realizzando
opere anche per committenti terzi. Funzioni che il provvedimento
prevede siano trasparentemente distinte da una contabilità
separata fra le due attività. Alle Autorità di Sistema
Portuale restano la gestione territoriale degli scali, le
concessioni demaniali e la manutenzione ordinaria. Le risorse
economiche e di organico assegnate alla Porti d'Italia proverrebbero
da due fondi statali alimentati da una quota compresa fra il 15% e
il 25% dei proventi che le Autorità di Sistema Portuale
riscuotono da tasse di ancoraggio, tasse portuali e diritti di
autorizzazione, più il trasferimento di una quota di
personale delle AdSP non superiore al 25%.
Il punto di partenza, prima di ogni giudizio sullo strumento
scelto, è il problema che la riforma portuale del governo
dice di voler affrontare: quello di migliorare la competitività
del sistema portuale e logistico nazionale, di agevolare la crescita
dei traffici delle merci e delle persone, nonché di
promuovere l'intermodalità nel traffico merci.
In effetti, il tonnellaggio complessivo delle merci movimentato
dai porti italiani è fermo, in una lettura di lungo periodo:
il record del 2007, 537 milioni di tonnellate, non è mai
stato più eguagliato, e nel 2024 l'Italia è scesa a
480,7 milioni di tonnellate per poi risalire a 510,8 milioni di
tonnellate nel 2025. Ma questi dati, da soli, dicono meno di quanto
sembri sulla qualità della governance portuale. Il traffico
portuale aggregato segue in larga misura l'andamento dell'economia
che serve, e l'economia italiana cresce da un quarto di secolo ad un
ritmo fra i più bassi d'Europa: una media annua reale intorno
al +0,4-0,7% dal 2000 a oggi, contro, ad esempio, il +1,7-2,1% della
Spagna, che nello stesso periodo ha anche beneficiato di una
crescita demografica robusta (quasi tre milioni di abitanti in più
dal 2016, in gran parte per immigrazione) che da sola accresce
consumi e importazioni. Il confronto fra il tonnellaggio spagnolo,
salito da 445 a oltre 558 milioni di tonnellate fra il 2013 e il
2024, per scendere di un milione di tonnellate nel 2025, e quello
italiano, sostanzialmente piatto nello stesso periodo, riflette
quindi in misura significativa questo divario macroeconomico, non
necessariamente un deficit di infrastrutture o di coordinamento.
La comparazione con la Spagna non è casuale dato che il
governo italiano nel presentare la riforma, aveva ammesso
esplicitamente di guardare al modello portuale spagnolo. Ma il
modello che citava e il modello che costruisce sembrano essere due
cose diverse. Puertos del Estado, l'organismo pubblico che dal 1992
coordina il sistema portuale spagnolo, non entra mai nel cantiere:
definisce obiettivi strategici, approva i piani, coordina i bilanci,
esercita vigilanza sulle Autoridades Portuarias, ma lascia a queste
ultime la realizzazione delle opere. È un ente pubblico di
diritto pubblico, non una società per azioni: non ha bisogno
di contabilità separate per non falsare la concorrenza,
perché semplicemente non opera sul mercato né compete
con le imprese che vi operano.
A cavallo fra il 2022 e il 2023 il viceministro alle
Infrastrutture e ai Trasporti, Edoardo Rixi, annunciò
l'intenzione di riformare la governance portuale ispirandosi al
modello spagnolo. Quell'annuncio merita di essere riletto oggi,
perché conteneva un avvertimento che il disegno di legge
attuale, nei fatti, non ha ascoltato. Rixi accostava allora Puertos
del Estado all'ENAV, l'ente italiano che gestisce il controllo del
traffico aereo. Un paragone che generava a ragione perplessità,
visto che rischiava di sovrapporre le nuove competenze a quelle già
esercitate dal Corpo delle Capitanerie di Porto sul controllo del
traffico marittimo. Il nostro timore, allora, non era che il modello
spagnolo fosse sbagliato in sé, ma che l'Italia avrebbe
finito per costruirne una versione annacquata dal proprio “spirito
corporativo”: un ennesimo organismo aggiunto a quelli già
esistenti, senza sottrarre loro nulla, che finisce per aggravare la
burocrazia sovrapponendo competenze anziché razionalizzarle.
Esattamente ciò che era già accaduto, in quello stesso
periodo, con l'istituzione di un Ministero per la Protezione civile
e le Politiche del mare dalle competenze accavallate a quelle di
Infrastrutture, Ambiente e altri dicasteri
(
del 23
ottobre 2023).
Il testo oggi all'esame della Camera
conferma quel timore, ma per una via diversa e per certi versi più
insidiosa. Nel testo non è stata copiata-incollata la Puertos
del Estado nella sua forma più snella - quella di un
coordinatore che non compete e non costruisce - ma si è
scelto di creare un operatore industriale: una società che
progetta, finanzia e realizza direttamente le opere, che può
competere sul mercato con le stesse imprese di ingegneria e
costruzione del settore, e che si affianca alle sedici Autorità
di Sistema Portuale senza sottrarre loro competenze in modo netto,
limitandosi a spostare una quota di risorse e di personale. È,
in altre parole, precisamente il rischio segnalato nel 2023: un
nuovo soggetto che si aggiunge, non uno che sostituisce o
semplifica. Con l'aggravante che questa volta il nuovo soggetto non
si limita a coordinare, ma entra nel mercato, moltiplicando,
rispetto ad un semplice ente di indirizzo, anche i fronti di
frizione giuridica con il diritto della concorrenza europeo.
La duplice veste di Porti d'Italia Spa desta numerose
perplessità. Alcune di queste sono soprattutto un problema di
cifre: il capitale sociale della società, che nella versione
di dicembre 2025 arrivava fino a 500 milioni di euro, è stato
tagliato del 98% nel testo firmato dal presidente Mattarella e
approdato in Parlamento, fermandosi a 10 milioni. È una
riduzione difficile da liquidare come mero aggiustamento tecnico: se
l'obiettivo dichiarato è dotare il Paese di un soggetto
capace di programmare e finanziare opere infrastrutturali di scala
nazionale, una capitalizzazione che copre a stento gli studi di
fattibilità segnala, quantomeno nella fase iniziale, una
struttura più simbolica che operativa. Resta il fatto che il
Fondo per le infrastrutture strategiche - alimentato dai canoni e
dalle tasse portuali - garantisce comunque, in prima applicazione,
una dotazione non inferiore a circa 200 milioni annui: il vero
motore finanziario della riforma, quindi, non è il capitale
sociale, ma il prelievo sulle entrate delle Autorità.
Altre perplessità sono di governance: la sottrazione di risorse e
di personale alle Autorità di Sistema Portuale, la possibile
duplicazione di uffici tecnici nella fase transitoria, il rischio -
segnalato da più parti - che le AdSP vengano ridotte a “meri
uffici periferici”. Su questi temi il negoziato parlamentare è
già molto avanzato. Gli emendamenti disegnano quattro
direttrici precise: ridurre o eliminare le attività di
mercato di Porti d'Italia; imporre una separazione societaria (non
solo contabile) fra concessione e mercato; rafforzare la garanzia di
capitale interamente pubblico; ridimensionare drasticamente la quota
di risorse e di personale sottratte alle AdSP fino a renderla
volontaria per il personale.
C'è poi un problema di natura più tecnica, che
riguarda direttamente la scelta di affidare a Porti d'Italia le
opere strategiche tramite una concessione di 99 anni, mentre il
diritto europeo delle concessioni lega la durata dell'affidamento al
tempo ragionevole di recupero degli investimenti e dei costi
sostenuti per realizzare i lavori o i servizi, proprio per evitare
che una concessione troppo lunga precluda l'accesso al mercato ad
altri operatori. A questo si aggiunge un secondo vincolo:
l'affidamento diretto, senza gara, ad una società in house è
ammesso dal diritto UE solo se la società svolge oltre l'80%
della propria attività per l'ente controllante.
A un livello più operativo, poi, l'affidamento a Porti
d'Italia inserisce un soggetto nuovo su aree demaniali già
date in concessione a terminalisti secondo le regole del regolamento
del 2022, che pone oggi a loro carico la manutenzione straordinaria.
Se quella stessa manutenzione passa a Porti d'Italia, senza un
raccordo esplicito nel testo, il concessionario che ha già
assunto impegni di investimento sulla base del proprio piano
economico-finanziario rischia di trovarsi un soggetto terzo che
interviene sul bene che ha in concessione, senza un rapporto
giuridico diretto con esso.
Il filo che tiene insieme queste
ed altre perplessità (tra cui - non secondarie - quella
connessa alla possibile apertura da parte di controllate della Porti
d'Italia che operano in regime di mercato a joint venture con
capitali privati o quella della possibile sovrapposizione di
competenze fra AdSP e Porti d'Italia) è, in fondo, una
domanda di coerenza: Porti d'Italia è un'attribuzione legale
di compiti pubblici, oppure una concessione in senso proprio? Se è
la prima cosa, va chiamata con il suo nome e il perimetro va chiuso
rigorosamente, escludendo l'attività concorrenziale e
limitando i diritti esclusivi allo stretto necessario. Ed è
la strada indicata, non a caso, dagli emendamenti trasversali che
riproducono quasi alla lettera l'art. 106 del Trattato UE sui
servizi di interesse economico generale. Se invece è una vera
concessione, deve accettarne per intero la disciplina: durata
commisurata all'investimento, obblighi di servizio pubblico definiti
con precisione, compensazione parametrata, regole di raccordo
esplicite con chi già opera sulle stesse aree demaniali.
Ma la domanda più a monte è se è lo strumento
giusto per rispondere a vent'anni di stagnazione sia un operatore
industriale come Porti d'Italia o un coordinatore leggero come
Puertos del Estado. Una domanda che non ha una risposta scontata a
favore del modello spagnolo, per una ragione che vale la pena
esplicitare fino in fondo. Un ente di indirizzo snello funziona solo
se è accompagnato dal coraggio di sottrarre davvero
competenze a chi le esercita oggi in modo frammentato, imponendo
alle sedici Autorità di Sistema Portuale di rendere conto ad
una regia unica, e non se si limita ad aggiungersi ad esse come
ulteriore livello. È lo stesso spirito corporativo con cui
l'Italia affronta da sempre la sburocratizzazione: nuove norme che
si sommano alle precedenti senza annullarle, nuovi organismi che si
affiancano a quelli già operativi invece di farli funzionare
davvero. A rendere concreto il rischio che anche un modello sulla
carta più leggero, se importato senza quel coraggio, si
trasformi nell'ennesimo sportello è l'evidenza che ciò
sarebbe utile alla politica per trovare collocazioni, rassicurante
per i sindacati perché non tocca posizioni acquisite, innocuo
per le imprese perché non cambia gli equilibri di mercato. Ma
è altrettanto evidente che sarebbe incapace di scalfire
davvero la frammentazione decisionale che frena gli
investimenti.
Porti d'Italia, così come oggi
disegnata, non sfugge affatto a questo rischio: si affianca alle
AdSP senza sostituirle, aggiunge un consiglio di amministrazione e
una struttura tecnica ai tanti già esistenti, e per giunta lo
fa scegliendo la forma più esposta: quella dell'operatore
industriale con diritti esclusivi quasi secolari e licenza di
competere sul mercato, anziché quella più semplice del
coordinatore.
Si può obiettare che le AdSP, prese singolarmente,
manchino delle competenze tecniche e della massa critica finanziaria
per portare a termine le grandi opere, e che per questo serva un
soggetto in grado di costruire, non solo di programmare. È un
argomento legittimo, e probabilmente la ragione reale per cui il
governo ha scelto il modello industriale invece di quello
regolatorio. Ma se è questo il problema, forse la soluzione
più lineare sarebbe stata rafforzare la capacità
tecnica delle AdSP - anche mettendo in comune risorse e competenze
fra loro - non creare un nuovo soggetto societario con diritti
esclusivi di durata quasi secolare e con licenza di operare sul
mercato. Il fatto che il capitale iniziale di Porti d'Italia sia
stato tagliato del 98%, da 500 a 10 milioni di euro, proprio nel
passaggio dal Consiglio dei ministri al Parlamento, è un
indizio che neppure l'esecutivo sia del tutto convinto della
necessità di dotare questo soggetto industriale di mezzi
realmente proporzionati alla missione che gli affida sulla carta.
Porti d'Italia sembra quindi portatrice di una doppia debolezza:
lo strumento è sproporzionato rispetto al compito (una
concessione di 99 anni e un'attività di mercato per svolgere
funzioni di regia), e insieme non affronta il vizio di fondo, quello
di sommare organismi invece di razionalizzarli, che l'esperienza
italiana degli ultimi decenni conosce fin troppo bene.
Il rischio concreto è quello che, per risolvere un
problema reale (questo se la mancata crescita dei traffici portuali
è attribuita solo alla carenza di competitività dei
porti anziché, come dovrebbe essere, anche o soprattutto alla
debolezza dell'economia italiana), venga creato l'ennesimo sportello
sottocapitalizzato e giuridicamente esposto, senza risolvere, alla
radice, la frammentazione decisionale che la riforma dichiara di
voler colmare. L'esame parlamentare in corso alla Camera è
l'ultima sede utile per evitarlo.
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