 La riduzione della velocità di navigazione è una
delle modalità più efficaci per vincere la sfida della
decarbonizzazione del trasporto marittimo, ma il settore dello
shipping la sta sottovalutando. Lo evidenzia lo studio “Going
slower to reach net zero faster: Unlocking the full value of speed
reduction through port call optimisation” pubblicato oggi dal
Global Maritime Forum, che analizza i rischi connessi alla
sottovalutazione del potenziale della riduzione della velocità
di navigazione, in particolare se combinato con l'ottimizzazione
degli scali portuali delle navi, come strumento per tagliare i
consumi di carburante e le emissioni marittime.
Lo studio evidenzia che riducendo i tempi di attesa non
necessari nei porti consente alle navi di completare lo stesso
numero di viaggi a velocità inferiori, senza costringere le
compagnie di navigazione ad espandere la flotta, ottenendo maggiori
riduzioni delle emissioni e costi inferiori. In particolare, il
documento sottolinea come il miglioramento dell'efficienza operativa
dei viaggi offra un triplice vantaggio: riduzione del consumo di
fuel e dei costi operativi, riduzione delle emissioni di gas serra e
preparazione del terreno per l'adozione futura dei più
costosi carburanti a zero emissioni. Lo studio si basa sull'analisi
della curva dei costi marginali di abbattimento della Banca
Mondiale, pubblicata nell'ottobre 2025, per dimostrare che
l'ottimizzazione degli scali portuali è una misura pratica e
a breve termine che i responsabili politici e l'industria dovrebbero
perseguire attivamente. Il Global Maritime Forum ha anticipato che
un futuro approfondimento analizzerà ulteriormente questo
aspetto, esaminando come vengono implementati esempi concreti di
riduzione della velocità e di ottimizzazione degli scali
portuali.
Lo studio ricorda che l'analisi della Banca Mondiale include
diversi livelli di diminuzione della velocità di navigazione,
con riduzioni del 10% nello scenario moderato e del 30% nello
scenario di massima efficienza energetica e specifica che, se il
limite superiore del 30% può essere ottimistico per molte
navi, l'analisi è prudente relativamente ad altri importanti
aspetti. Come riconosciuto dalla Banca Mondiale, il pieno potenziale
di riduzione della velocità è probabilmente
sottostimato perché l'analisi presuppone che il tempo di
sosta delle navi in porto sia fisso e questa semplificazione
riflette sia le limitazioni dei dati dovute alla scarsità di
letteratura sull'argomento sia l'ambito limitato dello studio, che
si concentra sulla quantificazione delle misure di efficienza
energetica a livello di singola nave piuttosto che su cambiamenti
operativi a livello di sistema, come l'ottimizzazione degli scali
portuali. In base a questa ipotesi, una navigazione più lenta
aumenta il tempo totale del viaggio. Per mantenere la stessa
produzione di trasporto, il modello richiede quindi un numero
maggiore di navi. Ad esempio, come illustrato dalla Banca Mondiale,
una nave che trascorre il 25% del suo tempo in porto passerebbe
circa 30 giorni in più in mare in uno scenario di riduzione
della velocità del 10%. Mantenere la stessa produzione di
trasporto richiederebbe quindi un aumento stimato dell'8% circa
delle dimensioni della flotta. In termini pratici, ciò
equivale a circa una nave aggiuntiva ogni 12 navi della flotta,
aumentando sia i costi per le nuove costruzioni navali sia riducendo
i benefici derivanti dalla riduzione del consumo di carburante. Lo
studio del Global Maritime Forum osserva che questa è una
rappresentazione semplificata delle operazioni reali. In realtà,
infatti, una parte significativa del tempo trascorso in porto non è
produttiva. Le navi spesso trascorrono ore o giorni in attesa
all'ancora prima di poter attraccare alla banchina a causa di orari
non allineati e di una limitata coordinazione tra porti e navi. A
tal proposito, un recente studio ha dimostrato che le navi possono
trascorrere il 4-6% delle loro operazioni annuali, pari a 15-22
giorni, in attesa fuori dai porti, con conseguente consumo di
carburante ed emissioni non necessari. Si tratta - sottolinea lo
studio del GMF - di uno spreco sistematico che non costituisce solo
un problema operativo, ma anche un ostacolo alla decarbonizzazione
dello shipping. Quando si prende in esame il solo impatto della
riduzione della velocità di navigazione, infatti, i conti non
tornano: se una nave riduce la velocità senza variazioni
nella programmazione degli scali portuali, il tempo totale di
viaggio aumenta e sono necessarie navi aggiuntive per mantenere la
capacità di trasporto, indebolendo la logica economica della
misura. Lo studio del GMF rileva che, pertanto, la chiave per
sbloccare il pieno potenziale della riduzione della velocità
di navigazione sta nell'abbinarla all'ottimizzazione degli scali
portuali, in particolare attraverso gli arrivi “just-in-time”,
con le navi che regolano la velocità durante il viaggio in
modo da arrivare esattamente quando la banchina è
disponibile.
Lo studio evidenzia che tale ottimizzazione comporta altri
vantaggi, tra cui quello della riduzione delle emissioni inquinanti
nei porti, tra cui ossidi di azoto e anidride solforosa, e quello
della riduzione delle incrostazioni degli scafi, in quanto le navi
ferme in porto sono più soggette all'accumulo di organismi
marini sullo scafo che aumenta la resistenza e riduce l'efficienza
della nave.
Lo studio si conclude rilevando che, nonostante non sia ancora
definito il quadro normativo per la decarbonizzazione dello shipping
da parte dell'International Maritime Organization, il settore del
trasporto marittimo non dovrebbe rimanere in una fase di stallo in
attesa dello sviluppo dei percorsi normativi e di transizione dei
carburanti. Molte misure di efficienza operativa possono già
oggi generare risparmi di carburante ed emissioni a costi
relativamente bassi, utilizzando tecnologie esistenti e un migliore
coordinamento tra porti, terminal portuali e navi. Lo studio ammette
che vi sono sfide da superare, tra cui barriere contrattuali,
incentivi contrastanti che scoraggiano l'azione e cambiamenti che
richiedono il coordinamento tra molteplici attori, ma queste -
precisa il documento - non dovrebbero essere insormontabili, in
quanto superarle e raggiungere l'efficienza operativa rappresenta
un'importante opportunità per il settore di conseguire
riduzioni delle emissioni a breve termine, supportando al contempo
la transizione a lungo termine verso carburanti a zero emissioni.
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