 A gennaio 2026 è proseguito il trend negativo del
traffico dei container movimentato dal porto di Los Angeles che è
in corso dallo scorso agosto. Nel mese stati movimentati 812mila
teu, con un calo del -12,1% sul gennaio del 2025. Per il direttore
esecutivo della Port of Los Angeles, Gene Seroka, la diminuzione è
stata determinata da molteplici concause: «ci sono - ha
rilevato - diversi fattori in gioco. In primo luogo stiamo
confrontando i dati di gennaio con quelli elevati del 2025 quando
gli importatori si affannavano per far arrivare le merci prima dei
dazi. In secondo luogo le scorte continuano ad essere lievemente più
elevate, riflettendo la precedente crescita delle merci e un ritmo
di ricostituzione delle scorte più cauto. In ultimo, la
politica commerciale statunitense continua a tenere tutti con il
fiato sospeso. Tuttavia, il consumatore americano ha dimostrato una
notevole resilienza. E gli ordini di acquisto spediti con tre mesi
di anticipo verso l'Asia sembrano stabili, un buon segno».
Non del tutto convincente sembra l'attribuzione delle cause
della riduzione del traffico containerizzato a gennaio 2026 solo al
livello elevato dello stesso mese dello scorso anno e all'impatto
dei nuovi dazi introdotti dal presidente americano Donald Trump.
Questi ultimi sono stati annunciati solo ad aprile 2025, anche se
era certo prevedibile l'applicazione di ulteriori tariffe dopo che
già nel suo primo mandato alla presidenza Trump aveva imposto
dazi su importazioni dalla Cina, ma non era certo attesa l'ondata di
dazi “reciproci” rispetto ad una moltitudine di nazioni
presentata la scorsa primavera. Inoltre, se è vero che a
gennaio 2025 il traffico dei contenitori nel porto di Los Angeles ha
raggiunto un livello record per questo mese, il volume di carichi
containerizzati movimentati a gennaio 2026 risulta comunque
inferiore del -6,2% rispetto a quello totalizzato a gennaio 2022
nonché inferiore del -5,1% rispetto al totale del gennaio
2024, del -4,7% rispetto a gennaio 2017, del -2,8% rispetto a
gennaio 2021 e del -1,8% rispetto a gennaio 2017.
Tuttavia, se a gennaio 2026 i container pieni sbarcati, pari a
422mila teu, con una flessione del -12,9% sul gennaio 2025, possono
confermare l'effetto dei dazi e del persistente elevato livello
delle scorte, anche la riduzione dei container pieni all'imbarco,
pari a 104mila teu a gennaio 2026 (-7,9%), che è in atto
dallo scorso novembre dopo un periodo di ripresa, potrebbe essere
stata determinata dalle acute tensioni commerciali tra gli USA e
molte altre economie, in particolare quella cinese.
Partecipando alla presentazione dei dati del traffico
movimentato dal porto californiano a gennaio 2026, Chad Bown, senior
fellow presso il Peterson Institute of Economics, ha osservato che
confrontando «la situazione attuale con quella di un anno fa,
quando eravamo ad un mese dall'insediamento della nuova
amministrazione Trump, e a quel punto, quindi a febbraio 2025,
finora tutto ciò che avevamo avuto era stata l'imposizione da
parte del presidente di dazi del 10% sulla Cina, come abbiamo visto
nella parte restante dell'anno le cose non sono finite lì.
Abbiamo avuto - ha spiegato Bown - molti più dazi sulla Cina.
Abbiamo avuto ritorsioni da parte della Cina. Abbiamo avuto dazi sul
Canada e sul Messico. E poi abbiamo avuto i dazi del “Liberation
Day” anche sul resto del mondo. Ciò ha portato a molta
attività, molta più attività sul fronte
tariffario di quanta ne abbiamo vista probabilmente dalla Seconda
Guerra Mondiale, negli anni '30. E se le cose si sono calmate nella
seconda metà dell'anno, mentre il presidente e il suo team
erano fuori a negoziare accordi, sappiamo anche che questo
presidente è uno che tende ad usare i dazi per qualsiasi
possibile ragione, che spesso non ha nulla a che fare con il
commercio. Quindi, quando si tratta di politica commerciale, c'è
molta incertezza e si sa che si è in attesa di un cambiamento
improvviso».
Riferendosi all'impatto sull'economia americana della nuova
ondata di dazi introdotti da Trump nel suo secondo mandato, Bown,
riferendosi anche ad «un paio di ottimi studi di ricerca
pubblicati solo nelle ultime settimane», ha specificato che
«quello che sappiamo finora sui dazi che gli Stati Uniti, con
l'amministrazione Trump, hanno applicato l'anno scorso, è che
sino ad oggi l'onere di quei dazi è quasi interamente a
carico degli americani. Ciò significa che se si impone un
dazio del 25% su un bene in importazione, l'effetto di quel 25%
viene pagato da qualcuno negli Stati Uniti. Non sempre si ripercuote
sui prezzi finali per i consumatori. A volte sono semplicemente le
aziende che decidono di fare le cose in modo diverso, forse
accettando profitti inferiori e forse decidendo di importare meno
merci. Ma, al momento, le prove, almeno per i primi otto o nove mesi
del 2025, mostrano che quasi il 100% dei dazi viene pagato da
qualcuno negli Stati Uniti. Tuttavia, è in qualche modo
sorprendente che non abbiamo riscontrato un maggiore impatto sui
prezzi al consumo, anche se c'è stato un certo impatto, ma
queste cose richiedono tempo e, come hai detto - ha precisato Bown
riferendosi alle spiegazioni formulate da Seroka - le aziende
avevano accumulato molte scorte in previsione dei dazi in arrivo la
scorsa primavera».
Riferendosi poi, in particolare, agli scambi commerciali
americani con la Cina, Bown ha evidenziato che attualmente «lo
stato delle esportazioni verso la Cina appare pessimo. Nel complesso
- ha specificato - sono diminuite considerevolmente in tutto il
Paese e qui, il porto di Los Angeles, costituisce proprio uno dei
barometri del nostro commercio internazionale. Lo scorso anno le
esportazioni containerizzate statunitensi verso la Cina sono
diminuite del 26%, anche se al porto di Los Angeles sono rimaste
relativamente stabili». Interpellato sull'ipotesi che i
fornitori cinesi stiano abbassando i prezzi dei beni acquistati dai
consumatori statunitensi, Bown ha affermato che attualmente non c'è
«alcuna prova che gli esportatori stiano effettivamente
abbassando i prezzi per rimanere nel mercato statunitense».
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