
Il Gruppo del Partito Popolare Europeo, che con i suoi 185
deputati è il principale gruppo politico al Parlamento
europeo, ritiene che i porti europei non possano più essere
trattati come spazi commerciali neutri e che l'UE non possa più
accettare che governi stranieri e società statali possano
investire e detenere partecipazioni in alcuni dei porti europei più
strategici. In una nota, il Gruppo PPE evidenzia che «in
Europa stiamo permettendo a Stati stranieri di tenere le chiavi
della nostra porta d'ingresso - i nostri porti - controllando
l'accesso alle porte delle nostre economie». «Abbiamo
concesso ad attori esterni - si sottolinea - l'accesso diretto alle
nostre infrastrutture critiche. La Cina è un esempio della
posta in gioco. I tre principali investitori portuali di Pechino -
le compagnie statali COSCO e China Merchants Ports e CK Hutchison,
con sede a Hong Kong - detengono quote di minoranza o di maggioranza
in circa 30 terminal portuali dell'UE. Questi includono i terminal
dei porti più trafficati dell'UE: Rotterdam, Anversa-Bruges e
Amburgo».
Secondo il Gruppo PPE, «per evitare il “waterbed
effect”, è necessario un approccio europeo. È
ora - precisa la nota - di smettere di essere ingenui: in un
ambiente geopolitico sempre più competitivo, la dipendenza
dagli investimenti stranieri nelle infrastrutture critiche solleva
seri interrogativi sulla sicurezza, la trasparenza e la resilienza.
Tuttavia, non si tratta solo di geopolitica. I porti con una scarsa
sorveglianza sono porti in cui prosperano le reti criminali.
L'Europa è già il più grande mercato di cocaina
al mondo e la maggior parte arriva via mare, proprio attraverso i
terminal di cui stiamo perdendo il controllo. In questo momento -
precisa la nota riferendosi all'effetto “materasso ad acqua”
- controlli più severi in un porto non fanno altro che
spostare i problemi in un altro. Abbiamo bisogno di una migliore
cooperazione, della condivisione delle informazioni e di un'azione
rapida per impedire alle reti criminali di sfruttare i nostri porti.
Una gestione non trasparente dei porti è anche un rischio per
la sicurezza pubblica».
Il Gruppo PPE manifesta apprezzamento per la strategia per i
porti presentata lo scorso marzo dalla Commissione Europea
(
del 4
marzo 2026), evidenziando che tale strategia «passa
finalmente al livello successivo e affronta i problemi di sicurezza
che, sinora, sono stati assenti dalla politica portuale europea»
e «si concentra giustamente sui rischi legati alla proprietà
straniera e sulla garanzia che gli Stati membri possano garantire
l'accesso e il controllo operativo».
«Le vere vulnerabilità - prosegue la nota - non
riguardano solo chi possiede i terminal. Riguardano chi li
controlla, chi gestisce i dati e chi fornisce il software e
l'hardware. La Cina è un chiaro esempio di come questi
livelli possano creare rischi: combina l'espansione commerciale con
l'intelligence, la coercizione, lo spionaggio, il sabotaggio e
persino la logistica militare, dimostrando come l'influenza possa
estendersi ben oltre la proprietà formale. Dobbiamo garantire
che i nostri porti rimangano assolutamente sicuri, impedendo
ulteriori proprietà estere ed escludendo gli attori stranieri
dal controllo operativo. Il rischio di interruzione delle nostre
importazioni ed esportazioni è troppo grande; non c'è
tempo da perdere».
Specificando che l'obiettivo, inoltre, è che i porti
europei rimangano competitivi, il Gruppo PPE chiarisce che
l'approccio proposto «non significa voltare le spalle agli
investimenti. Se adeguatamente vagliati - si precisa - possono
contribuire a modernizzare i nostri porti e a creare posti di
lavoro. L'obiettivo non è chiudersi, ma garantire che
l'apertura non vada mai a scapito della nostra indipendenza».
La nota sottolinea anche l'importanza di disporre di un “freno
di emergenza”, fornendo ai governi europei un chiaro
meccanismo legale per riprendere rapidamente il controllo dei porti
nel caso in cui uno Stato straniero dovesse usare il controllo sui
porti europei per esercitare pressioni politiche sull'Europa.
«Abbiamo imparato - conclude la nota - una lezione brutale
dalla nostra dipendenza dal gas russo. I prezzi sono aumentati. Le
famiglie hanno faticato a pagare le bollette del riscaldamento. Non
possiamo continuare a cadere nelle stesse trappole. I nostri porti
sono le porte dell'Europa, quindi smettiamo di darne via le chiavi».